Riporto una traduzione italiana della recensione al mio libro “The artificial author. Creativity and intellectual property in the AI era” pubblicata nei giorni scorsi da Francesco Paolo Lovergine sul suo blog (a questo link trovate il post originale in inglese). Ricordo a tutti che il libro è disponibile liberamente sotto licenza CC nell’apposita sezione LIBRI di questo mio blog (cioè https://aliprandi.org/libri/) e su vari repository open content.
Ringrazio sentitamente l’autore di questa recensione e invito chiunque abbia letto uno dei miei libri a seguire il suo esempio, cioè a scrivere due righe di commento e a segnalarmi il link. Farò in modo di dare maggiore visibilità al post.

TITOLO: L’Autore Artificiale: copyright e copyleft nell’era dell’AI
(pubblicato sul blog lovergine.com il 30 aprile 2026; traduzione italiana curata da Simone Aliprandi)
Ho da poco terminato la lettura della seconda edizione del libro di Simone Aliprandi, che consiglierei a chiunque sia interessato alla creazione di software e database o alla realizzazione di opere creative. “L’Autore Artificiale”, come suggerisce il titolo, tratta del ruolo dell’IA generativa nelle professioni creative da un punto di vista legale. Questo corposo volume cerca di far luce su una questione centrale ma complessa che, negli ultimi anni, ha interessato molte persone, non solo nel settore IT ma anche in numerosi settori dell’industria creativa.
Come spesso è accaduto in passato, i cambiamenti tecnologici hanno ampiamente anticipato la capacità della società di adattarsi ai nuovi sviluppi, in particolare in ambiti di grande impatto come il diritto d’autore, la proprietà intellettuale e la privacy. Francamente, è impossibile trattare in questa recensione tutti gli aspetti dell’opera di Aliprandi che vengono affrontati e spiegati. Naturalmente, il libro è molto divulgativo, ma riassume la situazione attuale dal punto di vista delle implicazioni legali per il codice e gli altri contenuti generati da strumenti di IA. L’argomento è un problema aperto per diverse ragioni, tra cui l’innegabile fatto che la legislazione sul diritto d’autore e i sistemi giuridici variano da paese a paese. Ad esempio, ciò che è applicabile negli Stati Uniti deve essere riconsiderato per l’Europa. In realtà, una serie di procedimenti giudiziali è ancora in corso dall’inizio della nuova ondata di intelligenza artificiale nell’autunno del 2022, e alcuni di essi non sono ancora stati conclusi o hanno raggiunto un accordo stragiudiziale (e quindi non protocollato pubblicamente).
Questo è significativo nei sistemi di common law come quello statunitense; mentre in Europa l’intero processo è molto più lento e si deve fondare su principi e testi normativi, non di precedenti giurisprudenziali. I punti controversi sono:
- L’intero processo di addestramento delle reti di deep learning è effettivamente legittimo ai sensi del diritto di utilizzo equo. Nella maggior parte dei casi, sembra di sì, dato lo stato attuale delle cose.
- Chi detiene i diritti sui risultati ottenuti con l’IA e sono tutelabili dal diritto d’autore? La risposta più sicura è: dipende.
- I risultati dell’IA dovrebbero/potrebbero essere considerati opere derivate? Inoltre, se legalmente possibile, dovrebbero essere considerati legittimi in qualsiasi circostanza?
- Se i risultati di input e perfezionamenti indipendenti sono in qualche modo simili, si può parlare di plagio?
- C’è davvero speranza di un’implementazione fatta come “clean room”, o addirittura di una creazione totalmente originale, con strumenti di intelligenza artificiale?
Sebbene sia chiaro che un’opera creata interamente dall’IA non sia tutelabile dal diritto d’autore secondo la legge statunitense, le implicazioni legali di un approccio con intervento umano rimangono al momento complesse. Di certo, sembra che un semplice input non sia sufficiente per rivendicare diritti su nulla, e l’intero processo dovrebbe essere qualificato da un contributo umano significativo. Negli Stati Uniti, il significato di opera creativa tutelabile dal diritto d’autore implica il coinvolgimento di skill, labour e judgement (cioè competenza, fatica e giudizio) da parte di una persona, e un semplice input non è sufficiente nella maggior parte dei casi.
Questo spiega anche perché, in alcuni contesti, gli strumenti di intelligenza artificiale debbano essere considerati con cautela e, certamente, l’utilizzo di qualsiasi contributo assistito dall’IA in opere co-firmate o commissionate dovrebbe essere chiaramente annunciato e dichiarato come ammesso: potrebbe avere ripercussioni future (se non attuali) sui diritti degli autori.
Alcune sezioni del libro trattano anche le recenti azioni normative europee, nonché una panoramica generale dei contenziosi pendenti e di interesse nel settore a livello europeo. In effetti, il regolamento europeo sull’IA (c.d. AI Act) si occupa principalmente di privacy.
Consiglio vivamente a chiunque sia interessato di leggere attentamente il libro di Simone, perché ho letto troppe affermazioni ingenue in rete su questo argomento. Naturalmente, ciò che è legalmente ammesso potrebbe anche essere illegittimo o non etico, ma le prospettive e le esperienze passate (anche considerate nel libro) riguardano i compromessi futuri e il giusto allineamento, anche per aspetti come le leggi e le aspettative degli autori. Di certo, questa seconda edizione non sarà l’ultima e definitiva: vedremo molte altre sentenze e altri testi normativi in futuro, e l’intera questione è in continua evoluzione, ma ci vorranno ancora anni per una sua definizione.